Addio a Luis Sepúlveda, maestro cileno della letteratura

«Non hai fame, Fortunata? Ci sono i calamari» spiegò Zorba.

La gabbianella non aprì becco.

«Ti senti male?» insisté preoccupato Zorba. «Sei malata?»

«Vuoi che mangi per farmi ingrassare?» domandò lei senza guardarlo.

«Perché tu cresca sana e forte» rispose Zorba.

«E quando sarò grassa, inviterai i topi a mangiarmi?» stridette con i lucciconi agli occhi.

«Da dove tiri fuori queste sciocchezze?» miagolò deciso Zorba.

Lì lì per scoppiare a piangere, Fortunata gli riferì tutto quello che Mattia le aveva strillato. Zorba le leccò le lacrime e all’improvviso si sentì miagolare come non aveva mai fatto prima.

«Sei una gabbiana. Su questo lo scimpanzé ha ragione, ma solo su questo. Ti vogliamo tutti bene, Fortunata. E ti vogliamo bene perché sei una gabbiana, una bella gabbiana. Non ti abbiamo contraddetto quando ti abbiamo sentito stridere che eri un gatto, perché ci lusinga che tu voglia essere come noi, ma sei diversa e ci piace che tu sia diversa.

Da “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare

 

Era nato nel nord del Cile, ma è in Patagonia che voleva tornare, nel mondo alla fine del mondo, quello che aveva attraversato inseguendo i fantasmi di Bruce Chatwin, Butch Cassidy e Sundance Kid (Patagonia express), a cui aveva dedicato alcune delle sue più belle pagine e che continuava a descrivere come un luogo dall'orizzonte infinito pieno di storie estreme, personaggi che a noi sembravano leggendari e che per lui erano semplicemente compagni di strada: indio ed emigranti di ogni latitudine, avventurieri, guerriglieri, vagabondi, sognatori, i perdenti della Storia a cui con i suoi libri riconsegnava la voce. Là dove finisce la terra, dove ancora i mapuche resistono al potere delle multinazionali così come hanno resistito alle invasioni dei conquistatori spagnoli"

"Il sangue mapuche è forte e in me scorre quel sangue" diceva Sepúlveda ricordando le origini della madre e spiegando così la sua resistenza al carcere, alle torture, all'esilio, alle molte prove che la vita gli aveva posto. Quel sangue che sembrava averlo aiutato anche in questi ultimi difficili giorni e che invece si concluderanno con il definitivo ritorno alla “terra a cui appartiene".

La  poetessa Carmen Yáñez ha detto che suo marito Luis Sepúlveda deve compiere un ultimo viaggio. Non subito, è ovvio. Adesso non si può, ma quando l'emergenza sarà finita lo riporterà a sud, molto a sud, sulle coste cilene del Pacifico per disperderne le ceneri nelle acque gelide dell'oceano. Le stesse in cui la balena bianca della sua ultima favola ha conosciuto la solitudine degli abissi e l'avidità degli uomini bianchi. Le stesse che osservava ogni mattina Juan Belmonte, il personaggio a cui nei romanzi aveva affidato la sua memoria e il suo passato.

 

sepulveda

I gabbiani sorvolano la foce dell'Elba, nel mare del Nord. Banco di aringhe a sinistra stride il gabbiano di vedetta e Kengah si tuffa, insieme agli altri. Ma quando riemerge, il resto dello stormo è volato via, e il mare è una distesa di petrolio. A stento spicca il volo, raggiunge la terra ferma, poi stremata precipita su un balcone di Amburgo. C'è un gatto, su quel balcone, un gatto nero grande e grosso di nome Zorba, cui la gabbiana morente affida l'uovo che sta per deporre, non prima di aver ottenuto da lui tre solenni promesse. E se per mantenere le prime due sarà sufficiente l'amore del gatto, per la terza ci vorrà una grande idea e l'aiuto di tutti. In questo racconto, che ha la grazia di una fiaba e la forza di una parabola, il grande scrittore cileno tocca i temi a lui più cari: l’amore per la natura, la solidarietà, la generosità disinteressata. Ma soprattutto riconosce all’uomo un ruolo fondamentale: non solo distruttore e inquinatore, ma anche salvatore, in un messaggio di speranza di altissimo valore poetico.

 

I docenti del dipartimento di lettere

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